Where the streets have no name

I wanna run, I want to hide
I wanna tear down the walls
That hold me inside
I wanna reach out
And touch the flame
Where the streets have no name

Where the streets have no name  |  The Joshua Tree, 1987

2017. Somewhere
© Veronica Lisi

– ascolta su Spotify –  

The Joshua Tree esordisce con Where The Streets Have No Nome,  un brano atipico a causa della sua forte volontà di decostruzione. Il brano vuole essere una tabula rasa spirituale al fine di riportare l’uomo ad uno stadio viscerale, profondamente distaccato dal tessuto sociale moderno.

Gli U2 iniziano il loro viaggio nelle radici americane partendo dal loro essere Irlandesi, Europei, pellegrini stranieri in una terra inospitale e sconosciuta; non siamo di fronte ad un viaggio di scoperta – dove i protagonisti s’incamminano per raggiungere qualcosa di conosciuto – bensì il viaggio della band irlandese si avvicina a ciò che descrisse Robert M. Pirsig nel 1974, ne Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, dove la partenza coincide con l’assenza di certezze, dove il viaggio stesso è una scoperta continua di ciò che siamo, di ciò che non-siamo o non sappiamo di essere. Pirsing, nel suo libro, va alla ricerca di Fedro, il suo io primitivo; gli U2 attraversano gli Stati Uniti per andare alla ricerca del loro essere Americani, di ciò che i migranti irlandesi tramandarono attraverso le generazioni. E per farlo, hanno ripercorso sentieri tracciati dagli antenati, i luoghi dove il passato e il presente si intrecciano in una danza mistica e affascinante.

Il deserto inospitale racchiude, nei suoi grandi spazi, l’essenza dei popoli, un ossimoro che conferma le profonde contraddizioni americane in cui gli U2 s’imbattono violentemente durante il loro cammino. Ma il viaggio di Bono & Co. non è solo viaggio spirituale, ma anche viaggio di libertà per spogliarsi di tutti i “muri” interiori e per tornare, o ritornare, alle origini dell’essere.

Where The Streets Have No Name è purificazione interiore, l’abbattimento delle sovrastrutture mentali, è rivelazione e timore, è la fede prima d’entrare in un luogo sacro alla ricerca del fuoco spirituale racchiuso nell’anima degli esseri umani. Per addentrarsi in questa sorta di limbo esistenziale la band si fa condurre dai  propri maestri musicali, anch’essi pellegrini prima degli U2, ed in particolare da Jim Morrison che con i suoi The Doors, nel 1967, scrisse il brano Break On Through (To The Other Side) nel quale troviamo le orme seguite dalla band: “You know the day destroys the night/ Night divides the day/ Tried to run/Tried to hide/ Break on through to the other side” un’esortazione a spingersi aldilà delle barriere interiori, ad aprire le “porte della percezione” e vedere attraverso i muri che ci portiamo dentro.

“Voglio correre/ Voglio nascondermi/ Voglio abbattere i muri/ Che mi tengono dentro”, fa eco Where the Streets Have No Name.

Da quel 1987 sono passati trent’anni. Gli U2 sono oramai cresciuti da quando, ventenni, si avventurarono in quel viaggio dai contorni incerti; ma proprio come fecero loro all’epoca, oggi le nuove generazioni sentono il bisogno di tornare alle origini dello spirito umano attraversando un deserto per evadere dai muri della divisione sociale e dell’isolamento. Ancora oggi, più di ieri. abbiamo bisogno di toccare la fiamma, seguendo le tracce di quei pellegrini attraverso il deserto:  “I’ll show you a place/ High on a desert plain/ Where the streets have no name”.

È tutto quello che possiamo fare.

Gabriel Cillepi 

Voglio correre e nascondermi
Voglio abbattere le mura
Che mi tengono rinchiuso
Voglio uscire fuori
E toccare la fiamma
Dove le strade non hanno nome 

Running to stand still
The Joshua Tree 2017