Trip through your wires

Angel
Angel or devil
I was thirsty
And you wet my lips

You, I’m waiting for you
You, you set my desire
I trip through your wires

Trip through your wires  |  The Joshua Tree, 1987

2017. Somewhere
© Veronica Lisi

– ascolta su Spotify –  

The Joshua Tree vuole sprofondare nella disamina più completa di ciò che significhi il concetto di America per il resto del mondo, ma soprattutto vuole analizzare ciò che il “nuovo continente” rappresenta per il “vecchio continente”.

Durante la stesura dell’album, gli U2, i quattro pellegrini irlandesi, si avvicinarono all’America attraverso la poesia, la letteratura e, ovviamente, attraverso l’ascolto dei “padri fondatori” della musica folk americana, da Bob Dylan a Johnny Cash. Le canzoni di questi due artisti facevano già trasparire le contraddizioni sociali di un Paese tanto puro d’ideali quanto tremendamente spietato nella cieca ricerca di soddisfare la propria logica politica: basti pensare a brani come Masters of War di Dylan o Man In Black di Cash. Il paese a stelle e strisce mostrava così dei lati estremamente affascinanti, come quello del Sogno Americano, offrendo agli uomini la possibilità del successo, della fama e del denaro. Ma al contempo celava dei lati oscuri con disparità sociali profonde soprattutto se si guardava alle periferie polverose, dove il povero, l’emarginato o il senzatetto erano esclusi dal “gioco” delle possibilità.

La scrittura di Bono si rifà completamente alla musica folk: Dylan e Cash traspaiono in ogni verso mentre il cantante irlandese gioca nel travestirsi da menestrello folk impugnando l’armonica per tessere una melodia country. Le parole trasudano sentimenti carnali, un eros che va in netto contrasto con With or Without You: se quest’ultima sprofondava in un limbo spirituale fatto di desolazione amorosa, Trip Through Your Wires, al contrario, è il richiamo sessuale dell’universo femminile. Un richiamo anomalo a dir la verità, un involucro leggero alla Spanish Eyes, ma per celare questa volta un nucleo oscuro.

Trip Through Your Wires mette in relazione proprio questa duplice identità dell’America: da un lato la “Terra Promessa” dei popoli e dall’altro il paese dei massacri, delle disparità sociali, degli accordi politici con i dittatori del mondo, delle guerre e del suo enorme egocentrismo di stampo nazionalista. Il testo è paurosamente attuale ed il brano, paradossalmente, è quello che si avvicina di più alla contraddizione insita nell’ideologia degli Stati Uniti d’America, e che tutt’oggi si sta manifestando. L’America, con il suo fascino immortale, viene dipinta come una donna suadente, attraente, ispiratrice di pensieri erotici che sa ammaliare gli uomini. Una canzone travestita di sentimenti dove una donna misteriosa riesce a tenere in scacco i suoi amanti, facendoli innamorare delle sue innumerevoli bellezze ma che cela, furbescamente, i propri demoni. I “lacci” prendono così un significato ben preciso: sono i problemi inestricabili di un’America chiusa, mal disposta a garantire ricchezze e libertà a tutti i popoli, spietata nel perseguire i suoi scopi e ricoprire ad ogni costo il ruolo di superpotenza mondiale. Esattamente come in ogni relazione, bisogna accettare dei compromessi, bisogna “inciampare” inevitabilmente nei lacci dell’amore pur di continuare a perseguire il proprio sogno.

Se consideriamo che Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, nonché Terzo Presidente ed uno degli autori di spicco della “Dichiarazione d’Indipendenza”, riservò notevoli controversie nel suo operato, come l’appellativo di “spietati selvaggi da curare o eliminare” verso i nativi americani, o la profonda contraddizione tra le parole scritte di suo pugno sulla Dichiarazione a favore dell’egualitarismo degli uomini («Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.») e il fatto che egli stesso fu padrone di oltre 200 schiavi rifiutandosi di liberarli, ciò fa capire come l’America poggi le proprie fondamenta su una base ideologica argillosa, per nulla concreta o stabile.

Nel 1939 nella capitale americana viene costruito in sua memoria il Jefferson Memorial, un enorme edificio di stampo neoclassico che riprende la struttura del Pantheon di Roma dove, al suo interno, è posta una statua bronzea del Presidente. All’interno della cupola sono incise le parole, “Ho giurato sull’altare di Dio eterna ostilità contro ogni forma di tirannia sulla mente dell’uomo”, una frase che sottolinea non solo l’inossidabile pensiero americano a favore delle libertà individuali, ma che ricalca, ancor di più, quella latente sensazione di raggiro ideologico. Il Jefferson Memorial diventa così il monumento alla contraddizione americana, una contraddizione unica nel panorama mondiale che trova la sua maestosa celebrazione in un edificio posto al centro di Washington, nel cuore del potere a stelle e strisce.

Se analizziamo i versi, distaccandoci dall’ottica amorosa, possiamo scorgere un messaggio ben più politicizzato, qualcosa che si avvicina moltissimo ai pensieri di un migrante che raggiunge le coste americane. La mente corre al grande esodo della metà del XIX secolo quando moltissimi irlandesi, complice la grave carestia, lasciarono la madrepatria per rincorrere la speranza di un futuro migliore proprio in America. «In lontananza lei mi vide arrivare/Io stavo gridando», dove la Lei è ovviamente l’America, e il grido è quello della disperazione di chi scappa dalla miseria o dalla guerra.

Proseguendo nella disamina, Bono richiama la Bibbia attraverso l’uso mirato di queste frasi contrastanti, «Ero infreddolito/ mi hai vestito dolcezza/ […] Ero assetato/ E tu bagnasti le mie labbra/ Ero nudo nei vestiti che tu mi facesti/ Le labbra erano secche/ Mi desti riparo/ Dal calore e dalla polvere» che si rifanno al Vangelo di Matteo dove infatti al 25:31 – corrispondente al “Giudizio Finale” – troviamo Gesù che afferma: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi».

La Bibbia viene a sua volta affiancata al poema “New Colossus”, scritto da Emma Lazarus, di cui un estratto è collocato alla base della Statua della Libertà su una lastra bronzea. Esso recita: «A me date i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». L’analogia è quindi palese: Bono vuole sottolineare come l’America decanti la propria bontà, di come voglia rappresentare il “porto sicuro” per i popoli sofferenti del mondo quando, in realtà, essa sia profondamente dilaniata da ingiustizie sociali, da politiche atte a provocare morte in altre nazioni e da una visione capitalista spietata verso la popolazione più povera.

E Bono all’interno del brano si domanda, “Angelo o Demone?” lasciando tutt’oggi questo dubbio lancinante ad ogni amante caduto nelle braccia dell’America.

Gabriel Cillepi 

Angelo
Angelo o demone
Avevo sete e mi hai bagnato le labbra
Te, sto aspettando te
Tu, tu hai acceso il mio desiderio
E io cado nelle tue maglie

With or without you