Running to stand still

And so she woke up
Woke up from where she was lyin’ still.
Said I gotta do something
About where we’re goin’.
Step on a fast train
Step out of the driving rain, maybe
Run from the darkness in the night.
Singing ah, ah la la la de day
Ah la la la de day

Running to stand still  |  The Joshua Tree, 1987

2017. Somewhere
© Veronica Lisi

– ascolta su Spotify –  

La redenzione è uno degli elementi portanti della religione cristiana. Gesù Cristo viene identificato come “Il Redentore” ossia colui che ha portato la salvezza tra gli uomini attraverso la purificazione delle anime. Egli è definito il redentore di tutti e proprio questo elemento d’universalità permette al peccatore di sentirsi in qualunque momento “recuperabile”. È La speranza che tramuta un semplice uomo in un Fedele.

Running to stand still parla proprio di redenzione, ma si discosta dal Dio cristiano per piombare nella solitudine umana. Quaggiù esistono luoghi dove la “salvezza” si può comprare, luoghi dove non esiste un redentore di tutti, ma esiste solo la propria personale redenzione attraverso un “dio” diverso: la droga. La tossicodipendenza viene affrontata come se si trattasse di un rito religioso, un’eucarestia proibita a cui si affidano pochi sfortunati “fedeli”.

Il brano non ha nessun elemento che possa far pensare alla denuncia sociale, al contrario tutto è rallentato, dilatato, venendo catapultati dentro alla depressione e al malessere umano con una dolcezza spiazzante. Il tossico si tramuta in “bisognoso”, un viandante perduto nelle fitte maglie della società che vaga senza meta sui marciapiedi del vissuto.

I quartieri malfamati di Dublino – come quelli americani – prendono l’aspetto di cattedrali decadenti: i “fedeli” vagano alla ricerca della loro ascesa divina attraverso spacciatori travestiti da preti. Il veleno che scorre nelle vene assume l’aspetto di speranza liquida diffondendosi là dove la disperazione ha preso il sopravvento. La notte, improvvisamente, si mostra come un filtro da cui è possibile intravedere la luce.

Si prende fiato e si inizia a correre. S’alza un canto, “Ha La La La De Day”: una melodia sottile, una preghiera delirante biascicata con voce flebile ed impastata. Essa inizia a diffondersi, delicata e solenne, come in una piccola chiesa: un’ultima preghiera incomprensibile prima di scivolare, lentamente, verso la morte.

La depressione ci schiaccia al suolo rinchiudendoci dentro tunnel ciechi. Siamo fermi, immobili, isolati, e nessuno sembra scorgere le catene ai nostri polsi. La droga ci dà la sensazione di correre attraverso la notte, di vedere stelle luminose e bagliori in lontananza. È così che si inizia a correre verso la nostra idea di libertà, verso un nuovo futuro, verso una meta, alla ricerca di quella redenzione che possa salvarci l’anima. Ma quando giungiamo al capolinea, e volgiamo lo sguardo alle nostre spalle, non scorgiamo nessun mostro ad inseguirci: abbiamo solo abbandonato tutto ciò che ci teneva in vita, stavamo fuggendo ma non ci siamo mossi di un solo metro. Giacciamo ancora là, in quella cattedrale decadente ai confini della società, distesi in un angolo umido. L’unica differenza è che la nostra anima è corsa lontano. Nell’ultimo istante di vita possiamo osservarla: lei s’allontana, ma noi rimaniamo fermi.

Senza peccati, certo, ma senza null’altro.

Gabriel Cillepi 

E così lei si svegliò
Si svegliò da dove se ne stava inerme
Disse: “Devo far qualcosa per capire
Dove stiamo andando”.
Fuggire su un rapido treno
Fuggire questa pioggia battente
Forse fuggire dal buio della notte

Red hill mining town
Where the streets have no name